Mio nonno raccontava di averli portati lì dopo l’alluvione del 1979 che sconvolse Isola del Liri. Salvare dei manichini da un nubifragio, ancora oggi mi chiedo perché (troppo tardi, le domande non fatte non hanno risposte). Insieme alla pioggia arrivarono, mutilati, sgangherati, sporchi, inutili.

Tra giornaletti porno anni ’70, un ingranditore DURST 609 (mio attuale amore), cataste di quadri, regali di nozze per i miei genitori (set di posate che non conoscono cibo, bicchieri di cristallo che non hanno mai fatto ubriacare nessuno), una cassa piena di biancheria, statue, un proiettore di diapositive, quaderni di scuola, riconoscimenti incorniciati, una credenza rossa, cavalletti, acidi per sviluppo fotografico scaduti, si fecero spazio gli Inquilini del secondo piano.

Chiamavo così il luogo della mia paura, secondo piano: scheletro polveroso, appartamento abortito mai diventato casa, ma ugualmente abitato. 

L’automatonofobia è la paura di tutto ciò che riproduce falsamente un essere vivente: statue, spaventapasseri, pupazzi da ventriloquo, manichini.
Gli Inquilini del secondo piano mi hanno terrorizzata per anni, oggi sono tornata a guardarli con l’occhio fotografico. Volevo disarmarli, me ne sono innamorata.

MANNEQUINS è un approccio alternativo a quel sentimento  che costringe a distogliere lo sguardo: la paura. Rappresenta un punto di vista del tutto personale. Bisogna trovare un modo per liberarsi dei propri demoni, questo è il mio.